
Febbraio 2023
Prima edizione
Edizioni Casa Famiglia Sabin
Nonna raccontami una storia
Seduta sulla sua sediolina la piccola Lina osservava le mani della nonna che sferruzzavano esperte e veloci e stavano terminando la calza di lana.
All’ombra del pergolato di una vecchia vite di uva bianca, che si arrampicava su per la scala di pietra, la nonna sedeva sulla sedia di vimini ed osservava, attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali color miele trasparente, la nipotina che insisteva perché le venisse raccontata una storia come quella di “Fransesca bela”.
“Adesso è tardi e bisogna apparecchiare la tavola, devi aiutare la mamma, te la racconterò oggi pomeriggio”.
Dalla grande cucina proveniva un profumo di patatine fritte che facevano venire l’acquolina in bocca e avvertiva la famiglia che il pranzo era pronto, si attendeva solo il suono delle campane che davano il segnale che il papà aspettava. È suonato mezzogiorno, si va a tavola”.
Il pozzo
L’acqua fresca si beveva prendendola direttamente da un secchio di alluminio che si trovava sul piano del lavello di marmo che si trovava in cucina.
L’acqua potabile proveniva dal pozzo comune alle famiglie del cortile e si attingeva a mano immergendo il secchio appeso alla catena che lentamente si attorcigliava al verricello quando veniva sollevato.
I secchi si portavano a mano attraversando il cortile di Guido e Clara e di Daniele.
Lina correva ad aiutare e faceva scendere lentamente il secchio agganciato alla catena all’interno del pozzo, ma non si affacciava mai perché fin da piccola le dicevano “non guardare dentro il pozzo perché c’è la mano nera che ti tira giù”.
Era necessaria parecchia acqua per dissetare tutta la famiglia e tutti gli animali della fattoria: le tre mucche, il vitellino, i polli, i conigli e i micini quindi bisogna attingere al pozzo parecchi secchi.
La storia di “Fransesca bela”
Durante i pomeriggi estivi la bimba si sedeva vicino alla nonna ed imparava a lavorare con i ferri e a cucire ma chiedeva sempre che le raccontasse una storia. “Oggi ti racconto la storia di una bimba bellissima e bravissima, Fransesca bela, che aveva una lunga treccia bionda, che la mamma le acconciava amorevolmente. Un brutto giorno fu rapita dagli Afai (saraceni o Afri) che la rinchiusero prigioniera in una torre. La mamma disperata partì per cercarla, chiedendo a tutti dove fossero fuggiti gli Afai. Una vecchina lungo la strada le indicò la direzione e le regalò un pettine e uno specchio che le sarebbero stati utili. Cammina, cammina trovò la torre in cui era prigioniera Fransesca e chiamandola le diceva “Fransesca bela butta giù le trecce e poi tirale sù “così da poterle dare una fune che le permise di fuggire. Durante la fuga, inseguite dagli Afai a cavallo, la mamma lanciò il pettine, che era magico, e subito si trasformò in una fitta foresta che rallentò i cavalli e obbligò i cavalieri a tagliare gli alberi per passare. Non erano ancora arrivate a casa e già gli Afai le avevano quasi raggiunte, allora la mamma lanciò lo specchio che si trasformò in un grande lago che gli inseguitori vollero prosciugare facendo bere tutta l’acqua ai loro cavalli. A furia di bere tutti i cavalli morirono e così gli Afai non poterono mai più raggiungere Fransesca bela e la mamma che vissero felici e contente.” Che belle favole raccontava nonna Cesarina alla nipotina!
Animali della fattoria e vita nella stalla
La stalla era il luogo più caldo della casa in cui gli animali con il loro fiato riscaldavano l’ambiente e i muri. I nonni di Lina durante le lunghe serate invernali si rifugiavano nella stalla e recitavano il rosario, raccontavano storie antiche o facevano progetti.
La loro grande camera era situata proprio sopra la stalla perché un po’ di calore si diffondeva attraverso i muri, lì erano nati tutti i loro figli.
Le tre mucche e i due vitellini erano accuditi con grande attenzione e cura perché fornivano il latte, trainavano il carro e dalla vendita dei vitelli si ricavavano dei bei soldini.
La nascita del vitellino aveva occupato le giornate della famiglia, era affamato e pure la bimba si dava da fare e teneva il biberon con il latte che veniva succhiato avidamente.
Al mattino prima di tutto si puliva la stalla e si stendeva la paglia pulita che serviva per preparare il loro morbido giaciglio, poi si dava il cibo che era il fieno che si metteva sulla lunga mangiatoia da cui le mucche lo strappavano e lo ingoiavano avidamente.
Si preparava anche un pastone a base di farina di mais, patate e mele cotte mentre ai vitellini si dava il latte. Di sera si abbeveravano portando secchi pieni d’acqua e si mungevano.
Il recinto di Balot di paglia
La mamma di Lina mentre mungeva metteva la piccola nella parte della stalla in cui non c’erano gli animali e formava con le balle di paglia un recinto per proteggere la piccola e lasciarla giocare senza pericolo che scappasse. La bimba con i suoi capelli biondi si confondeva con la paglia e si mimetizzava così bene che a volte i genitori non la trovavano, ecco perché il papà la chiamava affettuosamente “capa di balot” (testa di paglia) un nomignolo che era un misto di napoletano e piemontese proprio come le origini differenti dei due genitori: Maria e Arturo.
Mario il burbero
Con il latte che avanzava si preparava il burro e i tomini oppure si vendeva a qualche persona del paese.
Quando i vitelli erano cresciuti, dopo circa un anno si vendevano al commerciante di animali che a sua volta li vendeva ai macellai.
Mario il commerciante veniva un paio di volte a controllare i vitelli e poi faceva la sua offerta, spesso senza pesare la bestia, ma solo a occhio perché tanto non sbagliava mai, era molto burbero e Lina aveva timore di lui, però il giorno in cui entrava nel cortile con il grosso furgone per portare via il vitello era una festa perché portava con sé un mazzo di banconote e immancabilmente regalava alla piccola Lina un bigliettone di color rosso, diecimila lire, che veniva conservato gelosamente.
Le mucche
Lina, pur essendo cresciuta a contatto con gli animali della stalla e del cortile, aveva paura di loro. Le mucche a volte si dimenavano, rompevano la catena e scappavano in cortile, allora Lina si rifugiava subito sul balcone e chiamava dall’alto il papà o la mamma e assisteva con terrore alla scena della cattura della mucca; di solito la più nervosa era la mucca chiamata “Gentila” mentre le altre “Bela” e “Bianca” erano più docili.
Lina non si era mai avvicinata a toccarle e ammirava il coraggio della mamma Maria che si sedeva vicino a loro per mungerle, per pulirle, per dare il cibo o per curarle quando stavano male. Il rito serale prima di andare a dormire era passare nella stalla e toccare le orecchie, se erano calde significava che stavano bene, e controllare che ruminassero, anche questo era un segno di buona salute. Quando le mucche uscivano dalla stalla venivano legate al giogo, attaccate al carro e veniva messa la museruola, per andare nei campi a caricare il mais o il grano, nei prati il fieno o nei frutteti le pesche o le mele.
Venivano legate all’aratro per arare i campi e l’orto. Quando Lina era nata il papà aveva acquistato un trattore per alleggerire i lavori in campagna e un po’ per volta aveva evitato di utilizzare le mucche.
La nonna e la mamma portavano d’estate le mucche a pascolare nei prati per far mangiare l’erba fresca.
Un evento molto importante era la nascita di un vitellino perché allietava tutta la famiglia ed era l’unica volta in cui Lina lo accarezzava, solo quando era piccolo e succhiava il latte dal biberon.
Animali nell’aia
In cortile facevano da padrone le galline e i galli che spesso erano lasciati uscire dal pollaio. Razzolavano alla ricerca di cibo ed erano pronte a rubare il panino della merenda di Lina se non stava attenta e se non correva nel suo rifugio sul balcone, facendo attenzione di chiudere il cancellino in cima alle scale. I galli adulti erano particolarmente aggressivi con la piccola e se non c’era la mamma o la nonna con il bastone non la lasciavano passare.
Lina però amava tanto i pulcini piccoli gialli e morbidi e li curava con amore, dava loro il mangime, giocava con loro e si divertiva un sacco quando le salivano sui piedi ma doveva stare attenta che non ci fosse la mamma chioccia che era molto gelosa e protettiva e beccava chi osava avvicinarsi.
I conigli
Nella fattoria c’erano in gabbia anche i conigli a cui Lina dava da mangiare i rametti di acacia appena raccolti facendo attenzione perché avevano dei dentoni molto robusti e rosicchiavano in continuazione per non farli allungare troppo.
I coniglietti appena nati erano senza pelo e la mamma li teneva nascosti nel nido fatto di pelo morbido che aveva preparato. Guai avvicinarsi ai piccoli!! Anche mamma coniglia era gelosa ed aggressiva, solo quando erano più grandicelli ed uscivano dal nido era possibile accarezzarli, Lina però come sempre era molto cauta e timorosa.
I gatti
I veri amici di Lina erano i gatti perché erano affettuosi e facevano le fusa accoccolandosi in braccio. Una volta la gatta preferita fece i gattini sotto il suo letto in una scatola di scarpe, e fu l’avvenimento più gradito ed emozionante; li amava tanto ma purtroppo dopo una lunga malattia che aveva avuto a quattro anni le avevano impedito di toccarli per paura che le attaccassero qualche altra infezione.
Il cane Musetto
Lina avrebbe desiderato tanto un cane ma il papà non aveva mai voluto. L’unico cane che aveva avuto per pochi mesi era Musetto che zia Maddalena aveva portato in vacanza in campagna, per poter andare al mare ad Amalfi con i figli Paolo ed Enrico.
Il cagnolino nero era molto spaesato e pauroso e bisognava sempre chiuderlo nella vecchia cucina a pian terreno quando si apriva il cancello. Purtroppo una sera qualcuno si dimenticò di chiuderlo e il povero Musetto scappò e non si vide mai più! Il problema fu informare i cugini che il loro cane era scappato! Ci rimasero malissimo e sicuramente li odiarono per lungo tempo.
Le rondini
Gli amici più simpatici per Lina erano le rondini che ad ogni primavera tornavano ad allietare la casa con i loro cinguettii e costruivano i nidi sotto la tettoia o sotto le travi del balcone.
Lina passava molto tempo ad osservarle e ascoltava i lunghi cinguettii che si scambiavano come dei discorsi fra loro e aspettava che nascessero i rondinini che si affacciavano dal nido e cercavano di spiccare i primi voli; se a volte cadevano era pronta a farli soccorrere dalla mamma Maria.
In autunno si preparavano per la partenza radunandosi tutte sui fili della luce pronte per il lungo viaggio verso i paesi del Sud.
Lina era proprio una cittadina nata per sbaglio in campagna perché aveva il terrore dei ragni e degli insetti!
“Lina cosa vuoi fare da grande?” a questa domanda rispondeva sempre con sicurezza “La maestra”.
Il lavoro nella fattoria
Il mais
I genitori di Lina se la portavano sempre dietro quando andavano nei campi e lei aiutava a seminare il mais, a diradarlo quando le piantine erano alte circa mezzo metro, a raccogliere le pannocchie che erano caricate sul carro.
La bimba si doveva sedere sulle pannocchie da cui spuntava ogni sorta di insetti e urlava sempre!
Allora la mamma le stendeva una copertina per proteggerla.
Le pannocchie venivano ammucchiate sotto il tetto e di sera dopo cena la famiglia si riuniva per sfogliarle, si toglievano tutte le foglie per denudare la pannocchia che veniva messa dentro dei sacchi; alle più grandi veniva lasciato un ciuffo che permetteva di legarle con altre formando un mazzo che si appendeva alla ringhiera per essere fatto seccare.
Si formavano molti strati che ricoprivano una parte del balcone formando una barriera arancione e gialla, utile per nascondersi quando Lina giocava a nascondino con il fratello Giustino e i suoi amici. Trascorsi alcuni mesi le pannocchie venivano sgranate da un macchinario molto grande messo in moto da un trattore di un contadino che faceva il giro in paese nei vari cortili dei contadini.
I sacchi di mais in parte si conservavano per cibare gli animali e in parte si vendevano al mulino di Cumiana dove veniva anche macinato per ottenere la farina gialla.
La semina
Il ciclo del mais durava un anno e in primavera si iniziava a preparare il terreno per la semina. In autunno invece dopo aver arato i campi si seminava il grano con una macchina seminatrice che pochi avevano in paese.
Arturo la prendeva in prestito dallo zio “Barba Gustu” così faceva molto prima, invece di spargere a mano i piccoli semi di grano. Se durante l’inverno nevicava si diceva che il raccolto sarebbe stato abbondante perché le piantine sotto la neve erano protette dal gelo.
La mietitura
A giugno i campi di grano iniziavano ad ingiallire ed erano uno spettacolo perché si impreziosivano con i fiori rossi di papavero e i fiori azzurri del fiordaliso che Lina raccoglieva e ammirava.
La mietitura del grano richiedeva molti passaggi e molto impegno: dopo essere tagliato (a mano e poi con i mezzi meccanici) si raccoglieva in fasci legati con una cordicella che veniva annodata con un attrezzo particolare di legno formando i covoni che prima di essere portati a casa si raccoglievano formando delle capanne per evitare che il grano si inumidisse troppo a contatto con il terreno.
Sul carro carico di grano Lina si riparava con la copertina dai numerosi insetti che passeggiavano fra le spighe sperando di arrivare al più presto a casa dove venivano scaricati nel cortile della casa alla Fornace formando un mucchio molto alto e ordinato in attesa della trebbiatura.
La trebbiatura
A luglio o agosto si aspettava l’arrivo di una grande e lunga trebbiatrice trainata da un trattore grande e potente chiamato il “Buba” posseduta da un contadino di Cumiana che passava nelle varie fattorie seguendo un percorso stabilito.
La trebbiatura era una grande festa ed impegnava tutta la famiglia. Era necessario cercare almeno dieci braccianti con varie mansioni: caricare i covoni sulla macchina, buttarli nell’ingranaggio del macchinario, prendere le balle di paglia che fuoriuscivano dalla parte finale e portarli sotto la tettoia, prendere i sacchi pieni di grano sulle spalle e portarli nel granaio dove venivano svuotati. Un lavoro a catena che poteva durare uno o più giorni.
La mamma e la nonna Cesarina nel frattempo preparavano un grande pranzo e la cena per sfamare una dozzina di persone. Si apparecchiava con il servizio più bello spacchettando vassoi, piatti di portata di porcellana, oliere e acetiere, porta formaggio di vetro lavorato, posate da portata, mestoli e si cucinavano i cibi più buoni.
Le specialità più apprezzate: affettati, acciughe al verde, insalata russa, risotto, bollito, arrosto, giardiniera, patate fritte, frittata, pollo arrosto, coniglio al sivè, verdure miste, flan, formaggi misti, crem caramel, pesche con amaretti, torte e vino a volontà.
Un banchetto mai visto che si ripeteva ogni anno solo per questa occasione e che i bambini aspettavano con ansia. Il divertimento di Lina e Giustino dopo aver mangiato cibi squisiti era quello di andare a giocare nel granaio a piedi scalzi e far finta di nuotare nel mare di grano alto anche un metro.
Purtroppo il gioco durava poco perché appena possibile il grano veniva venduto e sul muro comparivano i calcoli fatti dal commerciante per sapere quanto pagare papà Arturo…ma non si sa perché il prezzo era sempre troppo basso e ripagava di poco tutta la fatica di un anno intero.
I frutteti
In primavera lo spettacolo indimenticabile era la fioritura dei peschi disposti su filari perfetti. Papà ne portava a casa un bel mazzo in regalo alla piccola Lina. A maggio iniziava la raccolta delle pesche che venivano scelte e disposte in platò ad uno strato pronti per essere portati a Torino e venduti ai mercati generali alle quattro del mattino. Se non c’erano imprevisti era un buon guadagno.
Il nonno Giusto grazie alla coltivazione delle pesche aveva permesso ai numerosi figli di studiare e conseguire tutti una laurea.
Successivamente Arturo aveva sostituito le pesche con un impianto di mele che maturavano a settembre e che richiedevano un lavoro impegnativo.
Il fieno
Durante i mesi estivi si tagliava l’erba tre volte e si girava fino a farla seccare per ottenere un fieno profumato di cui si cibavano le mucche.
Si giravano i ciuffi di erba umida con un bastone e di sera si raccoglieva in file arrotolandola con il rastrello, al mattino successivo si spandeva ripetendo il procedimento per tre giorni se c’era il sole, anche di più se pioveva, una volta secca si formavano dei mucchi con il forcone e si caricava sul carro.
Papà Arturo aveva delle braccia molto forti e sollevava con il tridente il fieno lanciandolo sempre più in alto man mano che il carico aumentava, sul carro saliva Maria che doveva aggiustare bene i ciuffi per rendere stabile e ordinato il carico, poi il tutto veniva legato con doppia fune.
Visto che il tragitto dai prati alla casa era un po’ lungo Maria, Giustino e Lina si sedevano sul carro pieno di fieno, alto anche quattro o cinque metri e si godevano la ricompensa di tanta fatica perché era divertente come andare sulle giostre o sulle montagne russe, in quanto le strade erano sterrate e non mancavano i salti.
Arrivati a casa si doveva scaricare il carro formando una catena: il papà dal carro al bordo del fienile, la mamma dal bordo all’interno e i due figli sistemavano il fieno ammucchiandolo il più alto possibile. Altro divertimento era scendere dall’alto del mucchio come su uno scivolo del parco giochi.
Ogni mattina se ne riprendeva un po’ per nutrire le mucche e si saliva e scendeva dal fienile arrampicandosi su una scala a pioli a volte traballante. I lavori di mamma Maria erano faticosi perché oltre che aiutare il marito nei campi e nei prati si dedicava alla coltivazione degli ortaggi nell’orto, alla cura degli animali, alla cucina, alla pulizia della casa e al bucato.
Il bucato
Il lavaggio dei panni era piuttosto complesso perché non c’era l’acqua corrente né il rubinetto con l’acqua potabile. La nonna metteva a bagno i panni con acqua calda e cenere e si lasciavano a mollo per un giorno, poi si insaponavano sul tavolone della cucina e si mettevano dentro delle bacinelle che venivano caricate sul carro, trainato dalle mucche e in tempi più recenti dal trattore.
Lina si divertiva ad aiutare la mamma a risciacquare il bucato perché era un’avventura: si partiva con il carico verso il ruscello Tori dove si era scavato per formare un piccolo laghetto e si erano disposte delle pietre piatte e larghe conficcate in verticale nel bordo dell’acqua che servivano come assi per fregare e strizzare i panni.
L’acqua corrente permetteva di sciacquare bene i panni e lo sbatterli con forza sulla pietra li rendeva puliti.
Anche Lina lavava vicino alla mamma inginocchiandosi su un cuscino messo per terra vicino alla pietra inclinata e a volte la corrente le rubava i panni che poi dovevano essere recuperati correndo lungo il ruscello con un bastone. Spesso si divertiva andando alla scoperta di piccoli pesci, girini, ranocchie e granchi, raccoglieva fiori e cercava funghi.
Dopo una piena il ruscello diventava impetuoso e spostava tutte le pietre, allora bisognava risistemare il lavatoio.
Era divertente e anche avventuroso specialmente d’inverno quando bisognava rompere il ghiaccio con grosse pietre per poter sciacquare i panni. Prima Lina saliva sul ghiaccio più spesso e pattinava giocando a fare la pattinatrice. La mamma spesso, quando aveva pochi panni, andava a lavarli in un ruscello più piccolo e più vicino la “Cumba d’ca” e li trasportava con il carretto a mano.
I giochi
Quando arrivavano i cugini da Torino si facevano passeggiate nei boschi per raggiungere delle mete particolari come fontane o luoghi panoramici.
Un pomeriggio estivo fu trascorso in compagnia di Giustino, Paolo, Enrico ed altri amici alla ricerca delle sorgenti del torrente “Tori” risalendo il corso d’acqua a ritroso, saltellando fra i sassi e vivendo una vera avventura, immaginando di essere degli esploratori di un territorio misterioso.
Non mancavano i pericoli e i passaggi difficili con ostacoli da superare, sassi, rami, cascate; incontri con animali mai visti come bisce d’acqua, serpenti, rospi. Durante le pause si costruivano dighe e ci cercavano pietre particolari e bastoni che poi venivano intagliati e personalizzati da portare a casa come trofeo. Una vera avventura da ricordare.
Lina giocava spesso con il fratello e con i compagni del fratello …quindi erano tutti giochi di tipo maschile come la costruzione del forte di sabbia dove si sistemavano i soldatini per prepararsi alla battaglia contro i nemici che erano sistemati al di là della rete nell’accampamento dei vicini di casa Egidio e Amelio. Un fucile ad aria compressa era stato regalato a Giustino ma anche Lina lo usava per spaventare i passeri o il vicino zio “Barba Gustu” che vedeva dalla finestra sul retro della casa dietro cui si nascondeva per non farsi scoprire. Giocavano a bocce nel cortile, andavano in bicicletta fino alla Chiesa tanto le automobili che circolavano erano pochissime, giocavano a nascondino per il piccolo paesino di Allivellatori o a guardia e ladri.
La casa sull’albero
Quando si andava con i genitori nel campo vicino al fiume Tori dove si coltivava il mais e si faceva l’orto il gioco più divertente era stata la costruzione della capanna in cima ai rami più alti di una grande quercia che cresceva in un boschetto vicino.
Ci si arrampicava salendo da un ramo all’altro divertendosi e giocando con la fantasia.
Giochi di bimbe
Per fortuna Lina aveva la sua cara amica Paola con cui giocava con le bambole, immaginavano di essere delle regine e si sedevano sul trono che era una vecchia poltrona da dentista dello zio Giovanni o la vecchia poltrona della zia Maria.
Il gioco preferito era giocare a fare la maestra e a correggere le lettere che scriveva la nonna Nicolina di Agerola o le cugine di Napoli che di errori ne facevano molti.
A volte andava a giocare a casa della vicina Elena, di qualche anno più grande, che aveva tante bambole e si divertiva a recitare le poesie alla sua mamma Clara che ascoltava sempre ammirata.
Purtroppo una tragedia colpì al cuore la piccola Lina.
Che tristezza e dolore in paese quando la piccola Elena di soli quattordici anni morì di leucemia! La sua mamma non fu mai più la stessa e soffrì per tutta la vita per questo lutto.
Il giorno di riposo dei contadini
Il giorno più atteso era la domenica perché ci si lavava bene nella bacinella grande e ci si vestiva con gli abiti della festa per andare a messa.
La nonna cucinava il risotto e le carote fritte nel burro o le patate, il bollito con il bagnetto verde e anche i genitori si riposavano un po’.
Al pomeriggio papà Arturo prima di andare nell’unico bar del paese regalava a Lina una moneta da cento lire che prendeva dal taschino della giacca per comprarsi il gelato.
Il pomeriggio della domenica era atteso perché si aspettava impazienti la visita degli zii di Torino Giovanni e Cherubino che possedevano le prime automobili, il cinquecento e la mille e cento, e si poteva giocare con i cugini Anna, Rosa, Marcella e Maurizio.
La scuola di Lina
La scuola elementare si trovava vicino alla casa e Lina ci andava da sola.
La costruzione era stata fatta di recente ed aveva due piani: al primo piano c’era l’ingresso, i bagni e una grande aula con due grandi finestre con le tapparelle (cosa modernissima), con una scala interna si raggiungeva il primo piano che era l’appartamento della maestra.
Nella grande aula si svolgeva l’attività didattica della pluriclasse con i gruppi di bambini divisi per classi, dalla prima alla quinta.
Nell’arco dei cinque anni Lina aveva cambiato tre maestre, tutte bravissime perché riuscivano a far lavorare e gestire contemporaneamente i bambini delle varie età. Lina era brava e prendeva sempre dieci, le piaceva tantissimo andare a scuola. Gli intervalli si svolgevano all’aperto e si giocava a nascondino nei prati e nei boschi circostanti.
Le gite si facevano a piedi per i sentieri lungo la collina fino a Munpalà o a Pravige’ da cui si potevano scorgere in lontananza i Laghi di Avigliana.
Una volta a settimana si faceva la passeggiata nei boschi o si andava a visitare qualche borgata sparpagliata sulla collina.
Si raccoglievano le fragoline di bosco, i fiori, le castagne, le noccioline o i funghi.
Ogni compleanno si festeggiava in classe e ci si divertiva imparando. Le lezioni non erano mai monotone e i bambini grandi seguivano i più piccoli. Un vero apprendimento cooperativo.
La maestra Enrica Galimberti amava i bambini e insegnava benissimo, con lei si imparavano un sacco di cose e fin da subito decise che il nome Lina e Nicolina venisse trasformato in Nicoletta. Da quel momento la piccola bimba contadina iniziò la sua evoluzione e la sua crescita pronta per diventare la Nicoletta che dovette lasciare il paesello a undici anni per trasferirsi a casa di zia Rosa per intraprendere gli studi classici.
Le scuole medie e il ginnasio li aveva frequentati a Susa mentre il Liceo Classico D’Azeglio lo aveva frequentato a Torino perché zia Rosa si era trasferita a Torino. La vita era totalmente cambiata, lontano dai genitori, era andata a vivere in città con zia Rosa, il marito zio Pietro, la nonna Cesarina e il fratello maggiore Giustino.
Invece di frequentare le magistrali e diventare maestra come avrebbe desiderato, Nicoletta aveva frequentato il liceo e studiato matematica all’Università per diventare poi insegnante di matematica di scuola superiore a Pinerolo.
A ogni vacanza tornava sempre ad Allivellatori dai genitori e cercava di dimenticare la tristezza della vita in città con la severa zia, giocando e divertendosi con i suoi amici d’infanzia e godendo ed apprezzando l’affetto sincero dei suoi genitori. Aveva dovuto lasciare il paesello per decisione delle zie Rosa e Maddalena che ritenevano l’ambiente contadino non adatto per poter seguire gli studi impegnativi, in quanto scomodo e privo di mezzi pubblici. Quando Lina si lamentava e soffriva di nostalgia la zia le diceva “Se non studi rimani al paese a pascolare le capre”.
La casa dei segreti
Nella famiglia di Lina non si parlava mai in modo esplicito in presenza dei bambini e tutto era avvolto da un velo di mistero.
La nonna parlava sempre a bassa voce e in dialetto piemontese con le figlie Rosa e Maddalena escludendo spesso gli altri famigliari da decisioni e informazioni. Lina poneva domande ma le risposte erano evasive.
Perché il fratellino era dalla zia Rosa? Perché ritornava solo in estate? Perché nella stanza della nonna non si poteva entrare?
Il distacco del fratello
Dopo la partenza del fratellino e della nonna la piccola Lina era triste e le si spezzava il cuore nel vedere la mamma che piangeva di nascosto perché soffriva per il distacco dal suo amato figlioletto Giustino, che era andato via a soli sette anni.
Purtroppo aveva accettato le decisioni delle cognate Maddalena e Rosa e del marito Arturo che avevano stabilito che il bambino avrebbe avuto maggiori possibilità di riuscita negli studi se fosse stato seguito dalla zia Rosa, professoressa di italiano e latino.
La zia, sposata con zio Pietro, abitava a Cento in provincia di Ferrara, e non aveva figli, quindi era stata disponibile ad ospitare il nipotino e la mamma Cesarina ormai settantenne.
Che vuota la casa senza nonna e fratello!
Ogni anno si attendeva con trepidazione il suo ritorno a casa, che avveniva solo durante le vacanze estive e raramente a Natale.
Quando Lina giocava sola, con la fantasia, viveva avventure fantastiche aggirandosi nella grande casa, entrando nel ruolo di investigatrice per scoprire tutti i segreti che i grandi nascondevano.
La casa rurale
La casa era un’antica costruzione con spessi muri di pietra che sicuramente risaliva al 1600, molto rustica e spartana composta da una grande cucina, alcuni locali, stalla, fienili, ripostigli, sottotetti, legnaie, cantine, garage per trattori, per carri e macchinari e cinque camere.
Spesso Lina giocava da sola e si divertiva ad esplorare i vari locali che riservavano sorprese: oggetti antichi e strani che la fantasia trasformava in troni di regine, mantelli, corone, abiti preziosi, scarpette e gioielli.
La stanza della nonna
La stanza della nonna dopo la sua partenza era sempre chiusa e si riapriva solo quando ritornava con Giustino, in estate, dopo la chiusura delle scuole.
Lina quando riusciva ad entrare si immergeva in un mondo antico.
Al centro, sotto un porta lampada smaltato di bianco era posizionato un tavolo ottocentesco che era utilizzato come scrivania, su cui avevano studiato i numerosi figli della nonna.
Lina aprendo i due cassetti aveva scoperto lettere, fotografie e documenti che riportavano i nomi di persone che non conosceva.
La grande libreria
La libreria di fianco al grande letto di ferro battuto era coperta da una tenda, cosa nascondeva? Lina quando era riuscita a sollevarla era rimasta a bocca aperta!
Vi erano tanti scaffali su cui erano sistemati centinaia di libri con pagine ingiallite di vari autori, romanzi, libri di favole, testi illustrati, enciclopedie, trattati di storia, filosofia, di letteratura italiana, latina e greca.
Era affascinata da quei libri e appena era possibile tornava davanti alla libreria magica e si immergeva in quelle pagine. Lina viaggiava con la fantasia fra quelle immagini di animali, di fate di draghi di cavalieri e di paesaggi.
Nomi sconosciuti
Fra i vari libri che prendeva e sfogliava, Lina un giorno trovò dei quaderni degli zii con dei nomi sconosciuti: “Chi saranno mai?” In uno scritto si parlava del partigiano Orazio, con nome di battaglia Alexander. Bisognava indagare per scoprire chi fossero Orazio, Camillo, Alfonso, Battista? Come mai non aveva mai avuto notizie di loro e del mitico zio Orazio? Scoprì che il personaggio misterioso e coraggioso era emigrato in Australia nel 1948.
Il bisnonno scalpellino
Un giorno trovò un documento che attestava l’acquisto di una cava di pietra da parte del bisnonno Giuseppe che aveva consegnato anche numerose lastre di pietre ai costruttori della basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, che Don Bosco stava facendo edificare. Quindi il bisnonno aveva conosciuto il Santo Giovanni Bosco di Torino? Papà Arturo raccontava che le forniture di pietre spesso non venivano pagate per mancanza di soldi e Don Bosco per ripagare il debito aveva tenuto in seminario lo zio Natale, che era diventato un sacerdote salesiano, che a sua volta aveva fatto studiare presso la sua parrocchia i nipoti.
Solo il maggiore, Arturo, era rimasto a lavorare in campagna, aiutando il padre a mantenere i cinque fratelli che si sarebbero poi tutti laureati. Lina si chiedeva dove si trovasse la cava. Bisognava andare a scoprirla lassù, in mezzo alla montagna! Ma quando?
L’armadio a muro del nonno
Di lato alla finestra della grande camera della nonna un piccolo armadio a muro con porticina di legno era sempre chiuso.
Lina un giorno trovò la chiave che si trovava in una scatola di metallo decorato che era all’interno di uno dei due cassetti del tavolo, proprio quello che era difficile da aprire. La chiave si inseriva girata al contrario e quando Lina riuscì ad aprirlo trovò vecchi documenti del nonno Giusto che era emigrato negli Stati Uniti a lavorare nelle miniere di carbone.
Lina aveva aperto quell’armadietto, che era stato la cassaforte di famiglia e aveva trovato vecchie banconote e monete! Che sorprese! Subito, svelta svelta, aveva rimesso tutto a posto.
L’armadio della nonna
Quando Lina in un pomeriggio d’inverno riuscì ad aprire l’armadio di legno, che si trovava sulla parete di fronte al letto, rimase estasiata perché poteva finalmente frugare fra i vestiti della nonna. Non riusciva a credere di trovare dei veri tesori: abiti di seta, cappelli, veli di pizzo che si indossavano durante le funzioni religiose, guanti, sottovesti di pizzo, foulard e un boa di piume di struzzo nere, accessorio che faceva sognare.
Quando lo accarezzava e se lo avvolgeva intorno al collo e alle braccia si sentiva una principessa!
In fretta e furia rimetteva tutto in ordine perché aveva paura di essere sgridata. Successivamente la bimba sarebbe spesso tornata a giocare con le piume di struzzo e con i merletti immaginando di essere una principessa.
La guardaroba della nonna
La nonna era molto gelosa del contenuto della sua “guardaroba” che si trovava di fianco al letto, vicino alla libreria; diceva che era del 1600 e sulle ante c’erano delle formelle. “Guardale bene Lina, sono simili a quelle riprodotte sul pulpito della cattedrale di San Giusto a Susa” e ne era molto orgogliosa. Naturalmente la nonna parlava sempre in dialetto piemontese ma Lina rispondeva in italiano.
” Mammina perché tu e papà ed io non parliamo come i nonni e gli zii?” La mamma Maria era napoletana e per comunicare con papà Arturo doveva esprimersi in italiano.
Cosa nascondeva la guardaroba di nonna Cesarina?
La festa del “Corpus Domini”
Il mistero fu svelato quando in una mattinata di fine giugno la nonna l’aprì e iniziò a tirar fuori e appendere al balcone lenzuola ricamate, coperte di pizzo, tovaglie di lino e asciugamani ricamati. “Lina, aiutami ad appendere le coperte più belle dalla finestra che dà sulla strada principale per addobbare la casa! Oggi è la festa del Corpus Domini, la festa più importante, e quando passa la processione dobbiamo esporre tutto ciò che abbiamo di più bello in onore del Signore”. La mamma Maria intanto aveva messo lungo il bordo della strada e lungo il muro della casa tutti i vasi di fiori più belli. Il papà l’aveva aiutata ad addobbare l’affresco sul muro, vicino alla finestra della nonna, che rappresenta una madonna con il Bambino Gesù datata 1886.
In un cestino si mettevano petali di rose che la piccola Lina spargeva durante la processione.
La Madonnina
Entrando in quella camera magica, sulla sinistra, c’era un caminetto che si accendeva nelle fredde sere d’inverno.
Sulla parete di fronte Lina era colpita da una nicchia scavata nel muro, chiusa da una porticina di vetro; al suo interno la statua in gesso della Madonna con un viso soave e un leggero abito azzurro, alta circa un metro. Il nonno Giusto era molto devoto, non si sa dove l’avesse presa, ma per lui era molto preziosa ed aveva ricavato una nicchia nel muro per custodirla. La Madonnina vegliava e proteggeva la famiglia e a Lei si era rivolta la nonna quando aveva partorito in quella camera ben dodici figli! Che tristezza scoprire, in seguito a domande e notizie rubate qua e là, che purtroppo alcuni erano morti quando erano ancora piccoli e altri quando erano ragazzi.
La nonna Cesarina era molto riservata e molti argomenti in quella famiglia erano tabù! Con tristezza e amarezza fu svelato il mistero dei nomi sconosciuti che affioravano spesso fra fogli scritti a mano.
Gli zii di Lina erano cinque: Maddalena, Rosa, Cherubino, Giovanni e un certo Orazio, sconosciuto, che era partito a cercare fortuna in Australia.
Lo zio Orazio
In paese a volte delle signore dicevano “Lina, come assomigli ad Orazio, hai i suoi occhi azzurri e i suoi capelli biondi! Era molto stimato e ben voluto in paese!”. Lina chiedeva alla nonna “Come mai non si avevano più notizie dello zio? Dove era andato?” e lei rispondeva “Del mio povero figlio Orazio non ho avuto più notizie da vent’anni, sarà morto! Sicuramente lo avranno mangiato i pescecani nel mare di Melbourne”. Lina aveva trovato delle vecchie fotografie di un ragazzo bellissimo che aveva proprio il nome Orazio scritto sul retro!
Le indagini fatte da Lina e da zio Cherubino, e le numerose lettere scritte riuscirono a compiere il miracolo e un giorno arrivò una lettera da Melbourne! “Nonna, papà! È vivo! Lo zio ha risposto alle numerose lettere!”
Il mitico zio dopo qualche anno tornò in Italia e riuscì ad abbracciare la mamma anziana e tutti i famigliari. Il legame di Lina con lo zio Orazio era speciale e furono tante le vacanze trascorse insieme perché ritornò parecchie volte in Italia.
Alla ricerca della cava di pietra
Con zio Orazio Lina era andata alla scoperta della cava abbandonata, sulla montagna, sopra il paese, dove i partigiani si nascondevano durante la guerra di liberazione.
La strada a tratti era crollata ma alla fine di una lunga camminata di fronte a loro si ritrovarono una ripida parete di pietra, tagliata di netto, fatta saltare dalla dinamite. “Ecco la cava!” Non era ancora stata sfruttata e sicuramente era stata abbandonata prematuramente, forse in seguito alla morte del bisnonno.
Sotto le foglie e i rami ecco emergere alcune lastre di pietra, pilastri, colonne e travi di sostegno ai balconi lavorati. Tutti scolpiti a mano e abbandonati. In un angolo nascosto si intravedeva il volto scolpito di Garibaldi e poco lontano una costruzione d’epoca chiamata proprio “Casa Garibaldi”.
Forse il condottiero era passato da quelle parti!
La ricostruzione dell’albero genealogico
Orazio e Lina si scrivevano sempre lettere e tornato in Italia diceva spesso “Lina dobbiamo fare una ricerca per ricostruire il nostro albero genealogico”. Anche a lui piaceva investigare!
Lina contenta lo accompagnava nelle ricerche e finalmente riuscirono a sfogliare i vecchi registri polverosi che si trovavano nell’archivio della Chiesa di Cumiana.
Che sorpresa quando andando a ritroso, dopo tanti tentativi, ritrovavano i certificati di battesimo e di matrimonio degli antenati! Provenivano dallo stesso luogo e a ritroso arrivarono fino al trisavolo Giò Batta del 1658.
La storia di mamma Maria
La stanza dei genitori di Lina era arredata in modo semplice con comò e armadio di noce, letto in ferro battuto e pavimento in cotto, tutto in stile ottocentesco tranne un oggetto che spiccava in fondo alla camera. Ricoperto con un tappeto variopinto cucito su misura si notava un grande baule di legno nuovo, come una cassa squadrata, chiuso a chiave.
Lina si sedeva sopra e spesso chiedeva “Mammina cosa c’è qui dentro?”. Purtroppo i lavori nei campi e gli animali non davano tregua, non c’era mai tempo per aprire il baule …. Lina era curiosa di sapere e di vedere.
Il baule dei ricordi
Finalmente un pomeriggio piovoso, la mamma Maria aveva aperto il baule … e anche il suo cuore.
Quante tovaglie, lenzuola ricamate, asciugamani di lino con le iniziali I.M. Iovieno Maria.
Camicie da notte, centrini e fotografie venivano fatti uscire, accompagnati dal racconto della mamma. “Questo è il mio corredo che conservo gelosamente! Lo hanno spedito dentro il baule quando mi sono sposata”. Ogni oggetto che prendeva era accompagnato da ricordi di gioventù. Maria arrivava da lontano, da Agerola, un paese in provincia di Napoli dove era vissuta fino all’età di trent’anni. Le sorelle Emilia, Elisa e Franceschina avevano ricamato e cucito di tutto, perché questa era la dote che la sposa doveva portare: un corredo completo. “Mammina raccontami la storia della tua vita, come hai potuto conoscere papà…? Eravate così lontani!”
Il paese natio
I monti Lattari disposti a ferro di cavallo avvolgevano su di un verde altopiano il paese di Agerola in cui Maria era felice, circondata dagli affetti dei suoi genitori, delle sue sorelle e di suo fratello.
Da lassù si vedeva il mare che lambiva la costiera amalfitana e il paesaggio era suggestivo, stupendo, unico al mondo, ricco di profumi mediterranei, prodotti e cibi che Maria rimpiangeva.
I racconti che Lina voleva sempre ascoltare erano pieni di nostalgia e un vuoto incolmabile si era creato nel cuore della sua mammina che spesso piangeva pensando ai suoi cari, pur amando il marito e i suoi due figli.
Purtroppo in cinquant’anni Maria ritornò al paese natio non più di cinque o sei volte. “Per favore raccontami ancora…!”
Il matrimonio combinato
La zia Maddalena, sorella di papà Arturo, era stata nominata ad insegnare italiano in una scuola superiore di Amalfi, dove aveva sposato un suo collega che abitava ad Agerola.
Aveva poi fatto conoscere il fratello alla giovane Maria.
“Mammina, quante volte vi siete frequentati?”.
”Papà è venuto a conoscermi solamente una volta! Ci siamo scritti delle lettere e poi ci siamo sposati ad Agerola.
Sono arrivata in Piemonte per la prima volta in viaggio di nozze e ho visto questa casa e tutti i famigliari dopo il matrimonio.
Pur essendo amata da papà a cui ho voluto sempre più bene, il disagio più grande era il dialetto che non capivo, le usanze diverse, il cibo, il clima e il sentirsi esclusa dalle decisioni e dai discorsi dei cognati e dei suoceri, che vivevano con noi. Anche in paese c’era un certo razzismo nei confronti dei meridionali e io lo sentivo e ne soffrivo. Per fortuna siete nati voi, e io ho ritrovato la gioia e una ragione di vita.”
Lina si chiedeva come avesse accettato di lasciare un luogo meraviglioso, per vivere in un paesino sperduto ai piedi delle Prealpi. Certo che la convivenza con i suoceri e il cognato Giovanni, studente di medicina, non era facile perché Maria inizialmente si sentiva isolata a causa della lingua, il piemontese era un dialetto incomprensibile.
Lina consolava la sua dolce mamma con queste parole: “Mammina tu sei stata bravissima, ti sei data da fare! Hai lavorato tanto! Aiuti sempre papà nei lavori. Sei una cuoca eccezionale, hai portato pulizia e ordine in questa vecchia casa! Sei espansiva, educata e in paese adesso tutti ti rispettano!
Ti sei inserita benissimo! Tu e papà vi amate tanto! Cosa ti manca?”
Forse per essere considerata in famiglia, a Maria mancava una laurea! Perché la famiglia Signoretti viveva con il mito della cultura, dello studio e della laurea. Lina si sentiva coinvolta e curiosa di conoscere le due culture, i due mondi, le due mentalità diverse che a fatica si stavano fondendo e amalgamando e le apprezzava e rispettava. Era orgogliosa di essere il frutto dell’amore nato fra il Nord e il Sud d’Italia.
La nonna Nicolina, di Agerola, e le sorelle scrivevano sempre lettere per rendere partecipe Maria di tutte le vicende famigliari.
Il pacco della nonna Nicolina
A Natale, i nonni di Agerola inviavano un pacco ricco di sorprese, che Lina apriva con meraviglia, perché era una ventata di profumi e sapori del Sud, per lei sconosciuti.
“Che buono il salame che sa fare zio Antonio!
I taralli hanno un sapore di finocchietto selvatico che qui non si trova!
Che buoni questi dolcetti piccoli e tondi.
Che frutti strani con spine piccolissime sulla pelle e con una polpa profumata e un sapore mai sentito!” Maria spiegava e raccontava: “Sono gli strufoli, i dolci che si fanno a Natale e quei frutti arancioni sono i fichi d’india! Questi sono i lupini e questi baccelli lunghi e scuri sono le carrube.”
Che strani tesori arrivavano dalla terra della mamma Maria, quante sorprese e quanti regalini per tutti.
La zia Francesca
Il cuore di Maria fu colmo di gioia quando arrivò a trovarla la sorella Francesca con la figlia Angela. Si fermarono quaranta giorni in occasione della nascita della piccola Nicolina. Proprio nei primi giorni di febbraio aveva nevicato tantissimo e faceva un freddo insopportabile per la piccola Angela, abituata al clima più mite di Agerola. Per fortuna si divertiva con il cuginetto Giustino di cinque anni.
Ancora adesso da loro si sentono i racconti di quei giorni trascorsi insieme fra giochi, scherzi e qualche piccolo incidente sul ghiaccio.
La zia Elisa
Qualche anno dopo arrivò una ventata di allegria, grazie alla visita della sorella di mamma Maria, Elisa, che aveva voluto evadere dal paese, in seguito a una delusione per un fidanzamento andato in fumo.
Visto che il lavoro di sarta che svolgeva ad Agerola non era ben retribuito, aveva deciso di fermarsi ad Allivellatori con la sorella. Molto presto aveva trovato un lavoro all’Indesit di Rivalta e viveva con la sorella Maria. Lina ammirava la giovane zia che era sempre ben vestita, elegante e curata. Si notava molto la differenza rispetto alle altre zie, sorelle del papà, perché zia Elisa era affettuosa, dolcissima e molto più curata perché andava dalla pettinatrice! Era proprio adorabile!
Lina si incantava a guardale le mani quando cuciva, veloce e precisa, perché aveva le dita delicate con le unghie lunghe e curate che limava spesso. Cuciva tanti vestitini ai nipotini e sapeva cucinare piatti squisiti. Lina le stava sempre intorno e la osservava, così la zia le aveva insegnato a cucire, ad usare la vecchia macchina da cucire della nonna, la Singer, e le faceva confezionare i vestitini per le bambole. Un giorno arrivò un grande pacco per zia Elisa, era la macchina da cucire elettrica! Che divertente era usarla, perché la zia aveva insegnato tutti i segreti alla nipotina e non la escludeva mai dalle sue faccende.
La prima televisione
Un’altra volta arrivò un pacco ancora più grande, enorme!
Il regalo più bello fatto da zia Elisa!
Quando fu aperto ne uscì un televisore grandissimo, uno dei primi venduti in Italia. “Zietta, che meraviglia!”
Lina aveva il cinema in casa!
La stanza di zia Elisa
Lina esplorava la casa e quando la sorella della mamma Maria andava al lavoro, poteva entrare nella sua camera, per divertirsi a provare le numerose scarpe all’ultima moda della zia.
Le preferite erano bordeaux con tacchi a spillo e fiocchetti neri che non solo indossava ma usava per farsi pure una passeggiata sul lungo balcone. Tic, tac, tic, tac …. con quei tacchi si sentiva una signorinella.
Ma la zia poi se ne accorgeva. “Lina ti ho detto di non prendere le mie scarpe! Le rovini!”
La zia Elisa viaggiava con l’autobus per andare al lavoro e tutte le sere Lina la aspettava davanti al cancello di casa. “Come mai da un po’ di tempo l’autobus rimane fermo al capolinea davanti a casa e la zia non scende subito?”
Il matrimonio di zia Elisa
La bella notizia si seppe dopo qualche tempo, perché l’autista venne a chiedere la sua mano al cognato Arturo. La zia si era fidanzata con Piero, e dopo quattro mesi si sposarono. Che stupenda la zia con il vestito bianco! Un matrimonio indimenticabile.
Gli sposi andarono ad abitare ad Orbassano e ogni settimana venivano a trovare Maria.
La piccola Paola
Dopo qualche anno zia Elisa e zio Piero fecero una sorpresa stupenda, la più meravigliosa, che portò gioia nella famiglia: era nata la piccola Paola! Per Lina era la sorellina che desiderava, era simpatica e vivace e con lei giocava sempre felice. Zio Piero però aveva la nostalgia della sua terra, la Sardegna, che rimpiangeva e di cui ne raccontava sempre le bellezze; appena gli fu possibile ci ritornò con la famiglia.
Maria e Lina furono molto dispiaciute ed addolorate per il distacco dalle persone più care al mondo e nonostante la distanza i loro cuori furono per sempre uniti.
La storia di papà Arturo
La quercia
Lina osservava spesso una grande quercia, che si stagliava alta verso il cielo ai limiti del bosco e che con la sua ampia chioma dominava un ampio spazio offrendo protezione ad uccelli e a scoiattoli. L’albero forte e poderoso era sopravvissuto alla scarica elettrica e al fuoco scatenato da un fulmine,
durante un temporale estivo, mostrando ancora le cicatrici sulla corteccia e su alcuni rami ormai secchi. Quanta energia si sentiva nell’abbracciare il suo tronco enorme e rugoso. Nella famiglia di Lina la robusta quercia a cui tutti si affidavano e che sosteneva e proteggeva era il papà Arturo che affrontava la vita con serenità, fiducia nella Divina Provvidenza, coraggio ed ironia.
Arturo era un uomo alto, magro, con un fisico asciutto, vigoroso, forte, occhi azzurri e capelli biondi e lineamenti regolari e fini.
Il suo carattere e il suo animo erano di una persona molto paziente, riflessiva, mite, mai litigiosa, riservata, onesta, pronta al sacrificio e alla fatica.
Non aveva mai colto l’opportunità di andare a lavorare alla FIAT, come molti altri uomini in paese, perché non accettava di essere comandato e rinchiuso in una fabbrica
Il suo spirito era libero, amava la natura, seguiva il ritmo delle stagioni e mai si lamentava del tempo, anche quando la grandine distruggeva il raccolto.
La sorella Rosa lo definiva anche cocciuto e testardo perché voleva fare sempre di testa sua.
Amava la libertà, che l’essere contadino gli permetteva di assaporare, con mansuetudine si sottoponeva alle leggi della natura e le seguiva con fiducia. Era dotato di una spiccata intelligenza ed amava la matematica e il ragionamento che seguiva in modo rigoroso per risolvere problemi di geometria e di aritmetica. Nei calcoli era fortissimo ed in paese spesso andavano da lui per un consiglio ed un aiuto. Sapeva leggere le mappe catastali e conosceva alla perfezione i confini di tutti i terreni, amava dedicarsi alla lettura dei giornali, del settimanale di agricoltura “Coltivatore piemontese” e di molte altre riviste a cui negli anni
si era abbonato come “Il bollettino salesiano”, “Famiglia Cristiana”.
Arturo spesso leggeva anche romanzi, libri di storia, di letteratura, di filosofia che la biblioteca di famiglia conteneva in quantità.
Un contadino colto e curioso, cattolico praticante, con una fede solida e limpida che si affidava sempre alla volontà del Signore, ma non bigotto e ottuso, non troppo amante dei lunghi rosari serali o delle Messe quotidiane mattutine a cui il padre Giusto, “giusto di nome e di fatto”, lo obbligava a partecipare. Era interessato alle scoperte scientifiche e alla tecnologia, fiducioso nel futuro.
Il lavoro in campagna
Arturo aveva frequentato la scuola agraria di Lombriasco dai Salesiani e aveva aiutato sempre suo padre nel portare avanti i faticosi lavori in campagna, che avevano permesso alla famiglia di sopravvivere e di poter mantenere tutti i fratelli agli studi universitari con completa dedizione e amore per i genitori, per le sorelle e i fratelli. Coltivavano un frutteto che produceva quantità di pesche buone e profumate che si raccoglievano con grande delicatezza per non rovinarle. Si preparavano poi le cassettine con le pesche girate tutte verso l’alto, scelte della stessa grandezza e spazzolate per togliere la peluria e renderle lucide; di sera poi si caricavano su un motocarro e al mattino alle quattro si partiva verso i mercati generali di piazza Galimberti a Torino dove si vendevano.
La vite veniva coltivata con cura per produrre un vinello che si vendeva anche lontano, ad Avigliana.
Pure il grano e il mais venivano coltivati con fatica.
Il carattere di Arturo era schivo e timido, in questo assomigliava alla mamma Cesarina, che spesso diceva in dialetto piemontese “Mai farsi conoscere“ e ufficialmente non aveva mai avuto una fidanzata.
La sorella Maddalena, visto che a quarantatré anni era ancora scapolo, gli aveva combinato il matrimonio, facendogli sposare una bella ragazza campana, Maria, di Agerola in provincia di Napoli, più giovane di lui di tredici anni, che amava profondamente e di cui rispettava la cultura ed apprezzava la cucina. Dopo un anno dal matrimonio la famiglia era aumentata con la nascita del figlio maschio che era stato chiamato come il nonno Giusto e sul quale si riversavano tanti progetti sulla continuità dell’azienda agricola.

Lina fin da piccolissima ricordava che il papà camminava zoppo e con l’aiuto di un bastone riusciva a camminare abbastanza bene, evitando di oscillare o cadere e quando si sedeva in braccio a lui sentiva che una gamba, sotto il ginocchio era rigida e dura, legnosa.
Eppure la fotografia scattata dopo il matrimonio lo ritraeva alto, dritto, senza bastone e senza alcun difetto alle gambe!
Cosa era successo? Come sempre scoprire la verità dei fatti era difficile, e piccoli racconti, riferimenti, battute rubate avevano permesso di ricostruire una storia e gli avvenimenti che avevano preceduto la nascita di Lina.
Durante un lavoro in un campo, chiamato Tadudin, vicino alla borgata Teresina di Piossasco, mentre stava zappando la terra con una fresa meccanica, trainata da un piccolo motocoltivatore, capitò un terribile incidente e la gamba fu impigliata e maciullata.
Il soccorso di un contadino di un campo vicino era riuscito a salvare Arturo da una morte sicura per emorragia.
Lunghi i sei mesi in ospedale per essere sottoposto all’amputazione della gamba e a numerosi interventi chirurgici per recuperare il movimento del ginocchio e per riuscire poi a camminare con l’aiuto di una protesi.
La disgrazia che aveva distrutto una famiglia che si basava sul lavoro in campagna, non li aveva scoraggiati e Arturo non si era mai arreso e con forza e coraggio aveva accettato di provare una protesi grazie a alla quale aveva recuperato il movimento e la fiducia nel poter riprendere la vita e il lavoro in mezzo ai suoi frutteti e nei campi.
La morte del nonno
Quando le disgrazie iniziano a colpire una famiglia non si presentano mai da sole! la moglie Maria con un bimbo di tre anni si recava spesso in ospedale a trovare il marito.
La incoraggiava con una fiducia e una forza incredibile anche quando proprio in quei mesi il nonno Giusto, operato alla prostata, moriva in ospedale per un arresto cardiaco.
Tutto sembrava finito!
La nonna disperata piangeva per la perdita del marito e per il figlio in fin di vita.
La ripresa del lavoro era stata lenta ma sempre più forte e sicuro, aveva ripreso la vita e la fiducia nel futuro. Aveva potuto continuare in campagna aiutandosi con il trattore e molti macchinari che gli alleggerivano la fatica.
La nascita di Lina
Dopo due anni, quando lui aveva ormai cinquant’anni, la gioia era tornata in famiglia con la nascita della piccola Nicolina, che lui chiamava Lina, Linuccia o Ninin.
Era un papà affettuoso e dolcissimo e i vicini di casa raccontavano di come cantasse la ninna
nanna alla bimba per farla addormentare, quando di notte piangeva.
Le raccontava le storie e le rimboccava le coperte con amore e tenerezza.
Anche quando Lina era in difficoltà papà Arturo la ascoltava e la consigliava con una dolcezza e un affetto unico, le sedeva accanto e le diceva “raccontami tutto” e poi comunicava forza con il suo modo pacato di dire “abbi coraggio”.
Lei rappresentava la rinascita e un raggio di sole dopo tante sofferenze, la dimostrazione che la vita continua, nonostante tutte le disgrazie, che donava gioia e voglia di progettare il futuro guardandola crescere.
Il grande albero forte e vigoroso aveva vinto la battaglia e la sua vita fu lunga e ricca di soddisfazioni, fino all’età di novantaquattro anni, un anno dopo la scomparsa della sua adorata Maria.
Nicoletta Signoretti



















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